depressione

“Dottoressa vorrei prendere un’appuntamento.. sa.. sono depressa, non so il perché.. vorrei guarire”.

Molte conversazioni terapeutiche iniziano con un incipit come questo, anche se non tutti soffrono di depressione. Sostituite “depressa” con l’etichetta diagnostica che preferite: “ansiosa”, “soffro di attacchi di panico”, “ho un disturbo alimentare”, “sono dipendente da…”. Spesso sono queste le richieste delle persone che chiedono aiuto ad un esperto.
Quando incontro la persona, innanzitutto cerco di partire dalla richiesta che l’ha spinta a chiamarmi e dall’uso così automatico del verbo essere: “sono depressa”. Di solito non si dice “mi sento depressa”, che rimanderebbe ad un vissuto magari transitorio o circostanziato solo ad alcune situazioni, che implicano un “quando o un come” ; il verbo essere sembra invece far riferimento ad una condizione identitaria totalizzante, che rinvia ad uno stato permanente, andando a sancire una realtà univoca: “Sono depressa, quindi io sono questo, sempre e nient’altro”.

Per quanto riguarda la parola “depressione,” ho usato il termine “etichetta diagnostica”, perché le classificazioni diagnostiche dei manuali usati dagli “addetti ai lavori” sono ormai entrate così profondamente nel senso comune, da fornirci le definizioni che diamo agli stati d’animo. Non si usano più termini come tristezza, angoscia, disperazione; soprattutto si parte dal presupposto che esista un’unica depressione, uguale per tutti coloro che più o meno frequentemente si riconoscono nelle descrizioni sintomatiche illustrate. Di conseguenza si pensa che, come ogni femore fratturato (malattia del corpo) per essere aggiustato necessita più o meno dello stesso iter di diagnosi-prognosi-cura, anche la depressione e tutti i “mali della mente” debbano seguire un percorso analogo, protocollare e universale di diagnosi-prognosi-cura, il cui traguardo è la “guarigione”. Ma siamo sicuri che sia proprio così?
Ritorniamo ancora a come è stata formulata la richiesta di aiuto dalla quale siamo partiti e affrontiamo la questione del “perché”. Affermare “…non so il perché..vorrei guarire…”, sembra quasi voler dire che, una volta scoperto il perché della depressione (grazie all’esperto che, per l’autorità che riveste, andrebbe a svelarne le cause profonde) sia possibile “guarire”. In questo modo la ricerca della causa (l’eziologia in medicina) comporterebbe automaticamente l’identificazione di una cura e quindi la risoluzione della malattia. Ci hanno insegnato che incasellando e catalogando gli eventi, i comportamenti, le emozioni… tutto si sistema. Eppure sembra non bastare.

L’integrazionismo simbolico (la cornice teorica entro la quale si colloca il mio lavoro) propone invece uno sguardo “altro”, che mira a comprendere il significato che ogni persona (ognuna nella propria unicità) attribuisce al proprio sentire, in quel preciso istante in cui viene raccontato e all’interno di uno specifico contesto (che ci fornisce le coordinate valoriali, normative, simboliche che utilizziamo per descrivere la realtà).
Ci si allontana dalla ricerca delle cause ( i “perché” rintracciabili nel passato, ormai non più ripercorribile, o nella biografia del soggetto o nelle sue relazioni) e ci si focalizza sulle modalità attraverso cui la persona struttura ciò che ella chiama “depressione”, su quello che in quel momento costituisce per lei (e per chi la circonda) un problema da risolvere. Andando a conoscere le modalità attraverso le quali la persona si percepisce e come pensa la percepiscano gli altri, si può capire come sia venuta a crearsi quella situazione critica e che cosa contribuisca a tenerla in vita. In questo modo è possibile comprendere dove sia necessario intervenire, per ripristinare una situazione in cui la persona ritorni a sentirsi protagonista e artefice della propria vita.
L’indagine o percorso di ricerca che terapeuta e cliente intraprendono in modo congiunto, si svolge andando ad esaminare i processi disfunzionali che hanno portato la creazione di “circoli viziosi” e quindi la strutturazione e il mantenimento del problema, per far sì che se ne generino di “virtuosi”, ossia percorsi in linea con il benessere dell’individuo e del contesto sociale di riferimento.Tale obiettivo viene raggiunto invitando la persona a mettere in atto nella pratica della propria vita quotidiana modi di agire alternativi che, andando nella direzione opposta a quella del problema, le consentono di sperimentare direttamente il cambiamento.
Sperimentare una situazione nuova, priva del problema di partenza, fa da incentivo per proseguire autonomamente un percorso di benessere (come una sorta di “effetto domino” che si estende a diverse aree della propria esperienza). L’intento di una terapia breve (cioè focalizzata sulla soluzione) è infatti quello di non creare legami di “dipendenza” tra l’esperto e chi gli si rivolge. In altre parole, svincolando e alleggerendo la situazione della persona dalle “zavorre” che la tenevano legata alla situazione problematica, si consegna una sorta di “cassetta degli attrezzi”, che ella utilizzerà successivamente nella gestione della propria vita.