psicologa – psicoterapeuta verona

ALIMENTAZIONE E DISTURBI ALIMENTARI

Dottoressa Nazarena Rossi

Con l’etichetta diagnostica “disturbi dell’alimentazione e della nutrizione” si fa riferimento  a un “persistente disturbo dell’alimentazione o comportamenti collegati con l’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale” (DSM-5) .Tra le situazioni legate alla difficoltà di gestione dell’alimentazione e del peso corporeo troviamo: anoressia (anoressia mentale), bulimia (vomiting), alimentazione incontrollata (binge eating),  sovrappeso, obesità. Quando la persona o la famiglia (nel caso di un figlio/a) mi rivolge una richiesta di aiuto per “disturbi alimentari”, prima di tutto analizzo la situazione, per comprendere chiaramente a che cosa ci si riferisce. Ritengo rischioso, soprattutto in questi casi, trattare una situazione transitoria come un problema invalidante (rischiando di alimentarlo) o al contrario sottovalutarne la gravità, contribuendo al mantenimento dello stesso.A volte quello che viene definito disturbo ini un/una adolescente (è in tale fase che spesso si manifestano questi comportamenti), si rivela una semplice disorganizzazione alimentare, spesso estesa allo stile di vita di tutta la famiglia. In questi casi si osserva che, fornendo indicazioni di educazione alimentare (in collaborazione con una dietista), il problema rientra in tempi brevi.In altri casi la situazione migliora sospendendo i tentativi disfunzionali di controllo del peso (ovvero presunte diete dimagranti che non portano mai ai risultati sperati) e restituendo alla persona la possibilità di riappropriarsi del piacere del cibo.
Quando sono i genitori che si rivolgono all’esperto per un problema alimentare del figlio o della figlia, spesso è utile proporre un incontro preliminare, per comprendere insieme se tale comportamento può essere gestito indirettamente con loro, evitando di incontrare il ragazzo o la ragazza (che di solito non riconosce di avere bisogno di aiuto). Infatti portando il ragazzo “da un esperto di quel problema”, si farebbe l’errore di conferirgli un ruolo, cioè di confermarlo in quella fetta di identità di cui ha bisogno, che gli consente di sentirsi riconosciuto dagli altri. Per questo motivo spesso la resistenza al cambiamento nasce proprio dalla paura che, senza tale problema, nessuno si accorgerebbe più di lui.E’ importante che i genitori chiedano aiuto ad un esperto, perchè spesso proprio loro sono tenuti sotto scacco dal ricatto del cibo; queste dinamiche fanno leva su sentimenti ed emozioni genitoriali che, avendo a che fare con la cura, la nutrizione e talvolta la sopravvivenza stessa del figlio, rendono madre e padre maggiormente vulnerabili e quindi più esposti a compiere “errori”, pur con l’intenzione di essere d’aiuto.Pensando alla mia esperienza clinica in questo settore, iniziata come tirocinante presso il Centro Regionale per la cura dei disturbi alimentari di Padova e continuata poi negli anni in molteplici ambiti, mi rendo conto che non è possibile parlare di “disturbi alimentari” in generale. Ogni incontro presuppone una storia diversa, tanti significati quante sono le narrazioni che le persone portano con sè. Si decide di non mangiare più e dimagrire moltissimo (come accade nei casi definiti di “anoressia”), perchè ci si sente vittima di una situazione senza via d’uscita, l’unica strada considerata percorribile è la “malattia”, oppure perchè finalmente ci si rende conto che, grazie ai sintomi, qualcuno si è accorto di noi: come rinunciare a questa nuova identità? Non si mangia più e si perde peso per non sentire più niente, perchè quello che si prova fa troppo male. Si mettono in atto condotte compensatorie (come vomito, uso di lassativi, diuretici, attività fisica esasperata), quando si perde il controllo e si trasgredisce il “regime restrittivo” che ci si era imposto; si cerca allora di rimediare e compensare quanto assunto, cercando di limitare i “danni”. Si mangia senza sosta e si ingrassa moltissimo (tipico dei casi definiti di “alimentazione incontrollata”, “beinge eating” o di sovrappeso, obesità), arrivando a mettere una barriera tra sè e gli altri e la vita, considerata troppo spaventosa per poter essere affrontata. Questi sono solo alcuni esempi.
L’approccio interazionista all’alimentazione prevede la personalizzazione dell’intervento rispetto ad ogni situazione incontrata, al di là delle definizioni e procedure stabilite dalle classificazioni diagnostiche e dai protocolli di trattamento.L’attenzione non è rivolta unicamente al cibo, al peso o alla ricerca delle cause. ll focus è diretto  ai significati che ogni individuo attribuisce al proprio vissuto e situazione. Si indagano quindi le teorie che la persona ha sul problema e le aspettative, i ruoli, le regole e i valori, derivanti dal contesto socio-culturale in cui è inserita.Si ritiene infatti che l’atteggiamento dell’individuo sul peso e l’aspetto corporeo siano il frutto di un processo di costruzione sociale; la connotazione positiva o negativa dell’essere magri o in sovrappeso è legata, oltre ai parametri di salute medica, anche al contesto storico e socio-culturale di appartenenza.Durante il percorso si presta attenzione a come si struttura il vissuto anche in relazione alle persone significative per il soggetto e se, e con quali modalità, queste ultime contribuiscano a mantenere/amplificare il problema presentato.Considerando l’individuo attivo (pur con diversi gradi di consapevolezza e intenzionalità) e non passivo ( cioè vittima degli eventi), si lavora per rintracciare le strategie necessarie a sbloccare la situazione problematica e per intraprendere la strada che porta al raggiungimento degli obiettivi di benessere e salute. Restituendo quindi al soggetto una maggiore consapevolezza di cosa ha contribuito a strutturare e mantenere il problema, il soggetto esce dal ruolo di “malato-paziente”, che subisce una situazione, e diventa artefice del proprio cambiamentoIl cambiamento si raggiunge facendo sì che il soggetto giunga a costruire una nuova rappresentazione di sè, più funzionale alla propria organizzazione personale e sociale