Seppur nella molteplicità delle storie che si conoscono in terapia, non è raro che si affronti il tema del passato e si cerchi di capire come porsi rispetto alla sofferenza che ci portiamo dietro.
Come se avessimo uno zaino pesante sulla schiena che ci affatica e complica il cammino attraverso il sentiero che decidiamo ogni giorno di intraprendere.
Una stanchezza quasi fisica che spesso viene chiamata “malattia, disturbo, problema”, dalla quale a volte sembra complicato uscire.
Uno dei pesi che ci portiamo dietro è proprio ciò che riteniamo di aver subito nel passato e che continua a farsi sentire nel presente.
Il meccanismo che abbiamo appreso prevede che se si ha un disagio (psicologico), si potrà stare meglio se ci si rivolge ad un esperto che dica qual è la causa, qual è la spiegazione “scientifica” che sta dietro il dolore, che da soli non si riesce a rintracciare (proprio come quando per un malessere fisico ci si rivolge al medico per sapere qual è la causa, per trovare il rimedio).
Spesso le spiegazioni, “cause”, che vengono individuate sono al di fuori di noi, dipendono dagli altri, come ad esempio gli eventi spiacevoli rintracciati nel rapporto con persone significative dalle quali dipendevamo durante l’infanzia. E’ diffuso credere che gli errori dei nostri genitori ci abbiano plasmato in un certo modo impedendoci la piena realizzazione.
Come se rintracciare il colpevole e chiarire la motivazione fosse garanzia di benessere.
Tutto questo al contrario genera un vissuto emotivo “negativo” come tristezza, rabbia, rancore per ciò che ci è successo, insicurezza e disagio nel confronto con gli altri ecc.
La delega dell’origine dei mali all’esterno risulta deresponsabilizzante; progressivamente ci convinciamo di non avere la possibilità di modificare la nostra vita, perché vittime di un qualcosa di più grande di noi; sempre più insicuri, quindi, non ci resta che evitare le situazioni che ci spaventano ottenendo, nella carenza di esperienza e messa in gioco, la conferma della nostra incapacità.
I tentativi di affrontare la situazione possono essere tanti, come la continua richiesta dell’aiuto da parte degli altri; questo nel tempo non fa altro che alimentare il senso di inadeguatezza nell’ affrontare le situazioni in autonomia.
In questo modo si creano dei circoli viziosi che, se non vengono interrotti, si autoalimentano continuamente.

Come se ne esce?

  • innanzitutto si consiglia di fare la pace con il passato: ciò che è stato non si può rivivere e modificare; quello che abbiamo subito non si può cancellare. Concentriamoci sulla ricerca degli aspetti della nostra vita sui quali possiamo effettivamente intervenire e lasciamo andare tutto ciò che non si può cambiare. Ciò potrebbe voler dire perdonare chi ci ha ferito, rintracciare il buono che si ha ricevuto, sviluppando un atteggiamento compassionevole nei suoi confronti.
  • sospendere la ricerca dei “perché” e quindi la ricerca delle cause passate per spiegare il nostro modo di essere attuale. Questo fa sentire più leggeri e comunque ricordiamo che noi siamo molto più complessi di un’associazione causa-effetto; chissà quante variabili sono intervenute nel tempo e continueranno ad entrare in gioco nella costruzione della nostra identità?
  • potrebbe essere utile iniziare a vedere ciò che abbiamo vissuto al di là del dolore, cioè chiederci come quella sofferenza ci abbia reso le persone che siamo, in che modo ci abbia forgiati e ci sia servita per sviluppare le nostre risorse e I nostri punti forza. Quali strumenti possediamo ora per affrontare le difficoltà che arriveranno?
  • quindi se indietro non si torna, tanto vale che le nostre energie vengano preservate e investite sul presente, che è l’unica dimensione che abbiamo a disposizione per agire.
  • una volta scelto che cosa è importante per me oggi, decido di focalizzarmi sull’azione, sul fare ciò che mi serve per raggiungere gli obiettivi che decido di darmi

In un primo momento realizzare di non avere più I vincoli che precedentemente ci bloccavano e quindi avere tutte le possibilità aperte per mettere in pratica il cambiamento può risultare destabilizzante.
Tuttavia, percependo che ciò che proteggevamo (la famosa “zona di comfort”) tanto confortevole non era, veniamo aiutati dalla sperimentazione dei benefici delle nuove strade esplorate e questo ci serve come ulteriore carburante per proseguire.

E a questo punto non resta che chiederci: quali nuovi traguardi ancora posso raggiungere?

. Questo testo non ha una specifica bibliografia di riferimento ma nasce parafrasando spunti tratti da letture, approfondimenti, pratica clinica, incontri e dialoghi sia in ambito lavorativo, che nella quotidianità
. L’immagine e la citazione iniziale sono tratte dal blog Il tuo Zen