
Tutti abbiamo pensieri che vanno e vengono indipendentemente dalla nostra volontà, contenuti che talvolta compaiono alla nostra mente che reputiamo assurdi o indesiderati.
Talvolta però succede che alcuni pensieri diventino più ricorrenti e invadenti di altri e nel tempo si costruiscano come vere e proprie ossessioni, generative di ansia e disagio.
Accanto a queste idee persistenti si possono manifestare le compulsioni, alcuni comportamenti o azioni mentali ripetitive, rituali rigidi, che spesso vengono messi in atto con l’intenzione di evitare il malessere generato dalle ossessioni.
Questa condizione ripetuta nel tempo con alta frequenza e interferenza nella quotidianità della persona, viene chiamata “disturbo ossessivo-compulsivo”.
Quando una persona si rivolge allo psicoterapeuta per risolvere questa situazione, spesso riferisce di sapere razionalmente l’insensatezza delle proprie convinzioni o dei comportamenti che si sente costretta a mettere in atto; al contempo però sente di avere la percezione che essi siano qualcosa che esce dal proprio controllo e di cui non si può fare a meno. Possiamo immaginare come tali modalità possano avere effetti distruttivi sulla propria immagine di sè e sul senso di autoefficacia e sicurezza.
Ci sono diverse tipologie di DOC, vediamone alcuni esempi:
-lavaggio e pulizia (vengono messi in atto numerosi rituali di lavaggio per placare, inutilmente, l’ansia da contaminazione o contagio);
-controllo (ripetuti e prolungati controlli per calmare l’ossessione di poter danneggiare qualcuno per una propria intemperanza);
-ripetizione e conteggio (costrizione a ripetere alcune azioni per evitare che un determinato pensiero si avveri);
-ordine e simmetria (esigenza che le cose seguano un determinato ordine o abbiano una certa posizione e conseguenti comportamenti di controllo e organizzazione);
Il modello costruttivista-strategico si approccia a queste situazioni problematiche conoscendole mediante la loro soluzione, cioè attraverso le strategie che sono in grado di modificarle e risolverle.
Il terapeuta quindi non è interessato a conoscere le cause della formazione del problema ma cerca di capire come queste situazioni funzionino e come si mantengano nel tempo.
Fondamentale quindi intercettare quali sono i tentativi che la persona (e chi la circonda) mettono in atto allo scopo di risolvere o ridurre il problema.
Spesso infatti queste tentate soluzioni sono proprio i comportamenti che, come l’evitamento e il controllo, invece di risolvere il problema lo amplificano, contribuendo a creare un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.
E’ quindi attraverso il blocco di questi tentativi disfunzionali che il problema si riduce per poi accompagnare la persona (attraverso alcuni stratagemmi, volti ad aggirare la naturale resistenza al cambiamento) a modificare la propria percezione di sè, costruendo nuovi modelli di comportamenti maggiormente utili al proprio benessere.
E’ interessante sottolineare come all’interno di questa prospettiva la persona venga guidata a non sentirsi più vittima di una realtà esterna, “subita” contro la propria volontà, ma diventi essa stessa artefice della propria situazione risolutiva.
In questo modo si esce dal circolo vizioso generativo di una sorta di impotenza appresa che a sua volta predisponeva a mettere in atto i comportamenti riparatori parte del copione problematico.
(tratto liberamente dal libro Paura, panico, fobie di G.Nardone)





